di Andrea Martini
È in discussione al parlamento il disegno di legge n. 1660 intitolato “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario”. Si tratta di un progetto che interviene in molti e disparati ambiti, anche poco relazionati tra loro, ma che costituisce un ulteriore e ancor più grave provvedimento che, con argomentazioni “securitarie” criminalizza ogni forma di lotta. L’importanza e la “blindatura” del progetto da parte di tutta la maggioranza di destra è ben evidenziata dal fatto che esso è stato predisposto e presentato da tre ministri, Piantedosi (Interno), Nordio (Giustizia) e Crosetto (Difesa), ognuno di essi rappresentante di una delle tre anime della coalizione meloniana.
I vari articoli “riformano” punti importanti del codice penale, e arrivano dunque persino a peggiorare un codice che in larga misura è ancora quello redatto nel 1930 dal ministro di grazia e giustizia del governo Mussolini, Alfredo Rocco.
Le finalità repressive del provvedimento non sono nascoste, ma dichiarate dal governo, che afferma di voler “colmare un vuoto normativo nella efficace prevenzione di atti, sabotaggi e forme di conflitto percepite come eversive”, usando persino neologismi, come il “terrorismo della parola”, definendo le occupazioni di edifici vuoti e inutilizzati “attentati all’incolumità pubblica”, punibili con pene variabili dai 2 ai 7 anni, pene che potranno essere comminate anche a chi “collabora” con gli “occupanti abusivi” (leggi picchetti antisfratto), criminalizzando e prevedendo di colpire con pene tra i 2 e i 6 anni di reclusione comportamenti ritenuti preparatori di reati, come la “detenzione o il far circolare, in forma sia scritta che orale, testi capaci di sobillare il compimento di atti o resistenze che coinvolgano uffici, istituzioni, servizi pubblici o di pubblica necessità”, riscrivendo le norme di vendita di articoli pirotecnici (fumogeni e petardi), ritenuti strumenti eversivi, allargando le norme che consentono alla polizia di arrestare in flagranza (sia immediata che differita) “chi resiste o si rifiuta di lasciare l’immobile” irregolarmente occupato, prevedendo la “revoca della cittadinanza” al cittadino di origine straniera ritenuto colpevole di qualche reato, aggravando le pene fino a 2 anni per i blocchi stradali e perfino impedendo con pene da 6 mesi a due anni chi “impedisce la libera circolazione su strada ordinaria ostruendo la stessa con il proprio corpo”, inasprendo la “lotta all’accattonaggio”, rendendo non più obbligatoria ma solo “facoltativa” la sospensione di pene detentive per donne incinte e madri di bambini fino ai tre anni di età.
C’è poi tutta una parte finalizzata a “rafforzare la sicurezza delle strutture di trattenimento e accoglienza” (notare l’equiparazione delle due realtà) per i migranti, con l’aumento delle pene (fino a 4 anni, fino a 8 se “con l’uso di armi anche improprie”, fino a 20 se dalla protesta conseguono “lesioni personali”) “per chi partecipa a proteste all’interno dei centri”.
Il provvedimento prevede anche un articolo che potremmo definire “anti Carola Rakete”, la comandante della nave da salvataggio della ONG Sea-Watch 3, che nel giugno 2019 forzò la chiusura del porto di Lampedusa per arrivare a sbarcare e salvare i 42 migranti naufraghi che aveva a bordo. L’art. 21 del disegno di legge, infatti, è dedicato alla punizione e all’incremento delle pene a danno dei comandanti di navi (anche straniere) che “non ottemperino all’intimazione di fermo o commettano atti di resistenza o violenza contro una unità del naviglio nazionale”.
Il capo 3 del Ddl è dedicato alla “tutela del personale di polizia e delle forze armate, nonché dei vigili del fuoco”, con aumenti di pena e con l’esclusione del meccanismo di bilanciamento delle aggravanti e delle attenuanti finora previste dal codice penale, cioè annullando le attenuanti previste dallo stesso codice Rocco.
Naturalmente, a fronte delle ripetute iniziative degli attivisti ambientalisti, si colpiscono i “reati di deturpamento e imbrattamento contro beni immobili e mezzi di trasporto (sia pubblici che privati)”, con aggravanti se viene “imbrattata una sede istituzionale”, cosa che configurerebbe anche la “lesione dell’onore e del prestigio” dell’istituzione stessa e con ulteriori aggravanti in caso di “recidiva”.
Si tratta perciò un provvedimento securitario che cerca di soffocare in maniera ancor più stringente ogni forma di opposizione sociale, ambientale e politica attraverso la “repressione preventiva” di presunte intenzioni, con manette a gogò e con provvedimenti restrittivi (divieto di accesso a determinati territori) anche a chi fosse solo incriminato di un qualche reato anche senza nessuna condanna passata in giudicato. Questo da parte di forze politiche e di un governo che si spacciano per “garantisti” e che si scandalizzano perché qualcuno chiede le dimissioni di ministri o di altri esponenti politici fondatamente accusati di corruzione o di truffa ai danni dello stato, accampando il pretesto “garantista” secndo cui “occorre aspettare che ci sia la condanna definitiva”.
Ovviamente il carattere smaccatamente reazionario del governo Meloni è tale che le occasioni di mobilitarsi in opposizione alle sue politiche siano ogni giorno di più e sempre più urgenti. Ma non sembra che questo provvedimento ultrarepressivo riscuota l’attenzione che merita.
Finora, almeno a mia conoscenza, c’è solo stato un presidio a fine giugno a Roma, in una piazza nei pressi dei palazzi del potere, convocato dal sindacato USB e a cui hanno partecipato anche esponenti dell’organizzazione politica Potere al popolo.
Nella giornata in cui scriviamo, domenica 21 luglio, si è svolta un’assemblea online convocata dai disoccupati napoletani del Movimento 7 novembre, dal Laboratorio politico Iskra e dall’organizzazione politica Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria, anche a seguito di episodi repressivi e di misure cautelari che hanno colpito militanti di queste organizzazioni.
Si è trattato di iniziative utili e importanti. La gravità del Ddl Piantedosi-Crosetto-Nordio però è tale che richiederebbe e richiede una mobilitazione ben più ampia e più unitaria sia per bucare il silenzio che circonda la vicenda, sia perché la mobilitazione sia efficace per puntare, non a qualche emendamento che ne attenui la portata, come sembra chiedere l’opposizione parlamentare, ma al ritiro dell’intero disegno di legge, non dimenticando che il diritto di lottare è il presupposto per poter difendere tutti gli altri diritti.